La Città Nascosta
Se un cavallo trainante
una slitta silenziosa
in una strada d’argento vagasse,
al galoppo trai rami
in una strada d’argento vagasse,
al galoppo trai rami
che a tratti schermano
la luce di un’abbagliante
la luce di un’abbagliante
luna invernale,
se la corsa continuasse,
se la corsa continuasse,
veloce e leggera
al suono dei campanelli, al ritmo delle zampe
che appena sfiorano la neve,
nella scia del respiro che si addensa
e subito scompare all’indietro,
se la corsa continuasse per ore e ore,
incurante delle ombre
che uscendo dal bosco si compongono
in nere figure da ogni lato ondeggianti,
allora da ognuno dei sentieri che dalle montagne scendono
scivolerebbe un’altra slitta, un altro cavallo,
e una folta schiera, quasi silenziosa nell’immensa valle
in cui si disperdono il lieve tintinnio, il sommesso e raro nitrire,
allora una folta schiera giungerebbe forse
nel punto della strada dove si può debolmente intravedere
il lucore azzurro che da una città misteriosa sale,
e aspettando con impazienza la curva oltre la quale
anche una musica strana forse li sorprenderà,
le slitte e i cavalli ancor più si affretterebbero verso la città
che da anni e anni attendendo l’arrivo dei suoi abitanti,
ha preparato un dolce tepore,
un labirinto di stradine e case, un fluire di racconti
per i viaggiatori infreddoliti, per i loro occhi stanchi di vedere
solo alberi in fuga,
per le loro orecchie stanche di udire
solo il suono dei campanelli
disperso nel silenzio dell’immensa valle.
E affrettando il galoppo nell’aria gelida e trasparente dell’alba,
giungerebbero forse in vista delle mura
lunghe migliaia di chilometri, chiare sotto il sole,
le lunghe mura mai viste, mai pensate, pronte ad aprirsi
in finestre, corridoi, cortili, fasci di luce, fluire di voci…
Ma poiché tutto questo non accade,
nella strada d’argento
solo qualche raro passante affonda nella neve,
di tanto in tanto voltandosi
con la speranza di scorgere l’autobus in ritardo;
lo sguardo simile in ognuno,
nessuno segue l’impeto di corse lontane,
nessuno nel mio viso cerca il riflesso di quel lucore azzurro,
l’eco di quel nitrire alla luna e al suo silenzio…
Ma ad un tratto in due occhi scuri e solitari mi sembra
di riconoscere il riflesso del sogno, e mi avvicino:
<< Forse anche tu questa sera hai pensato di incontrare
un correre leggero e velocissimo di slitte e di cavalli
verso chissà quale città sconosciuta e grande? >>
<< In un tempo ormai lontano ho viaggiato su una di quelle slitte.
La strada sembrava non avere fine e guardandoci l’un l’altro
sorridevamo come mai avevamo sorriso ad in viso umano.
La strada sembrava non avere fine
e guardandola sorridevamo al suo dispiegarsi libero e immenso,
come mai avevamo sorriso contemplando
le distese della terra che ci ospita.
Solo dopo molti anni ho capito che era il vento di quella corsa
a far brillare in un modo così dolce gli occhi
dei miei compagni di viaggio.
Solo dopo molti anni ho capito
che erano gli occhi dei miei compagni
ad illuminare la strada davanti a noi
con riflessi d’oro riscaldando il gelo della neve,
con riflessi d’argento profetizzando
il lucore celeste della città sconosciuta e grande.
Ma quel viaggio fu lungo, troppo lungo.
I cavalli ansanti, le slitte consumate, le soste sempre più lunghe
in villaggi sempre simili.
Infine ad uno ad uno perdetti tutti i miei compagni,
e infine mi fermai anch’io, non vedendo davanti a me altro
che una comune strada di collegamento
tra villaggi e città sempre simili tra loro >>.
Insieme saliamo sull’autobus che si è fermato davanti a noi.
In silenzio osserviamo la gente chiacchierare
o leggere il giornale. Fuori fa freddo.
Il fiato dei passeggeri appanna i vetri;
non si vede più nient’altro
che la luce dei negozi e dei lampioni.
Raccolgo un giornale dimenticato su di un sedile
e mi metto a leggerlo, dopo averne offerto la metà
al mio compagno di viaggio.
E nei suoi occhi riconosco il mio pianto inespresso.
L’ABBRACCIO
Allora all’improvviso, Monos aprì gli occhi
- e per la prima volta nella sua vita-
aprendo gli occhi vide gli occhi della sua Anima,
che restando davanti a lui
- e nel contempo dalle profondità del suo cuore-
lo guardava …
In un grande silenzio, lo guardava a lungo …
Per un lungo attimo, Monos si risvegliò con lei,
afferrato dal mistero di felicità
che scorre nelle profondità della vita…
dal profondo, insondabile richiamo
di quella gioia quieta e dolorosa…
dal Sacro Mistero di quiete e di passione
che avvolge l’universo…
al suono dei campanelli, al ritmo delle zampe
che appena sfiorano la neve,
nella scia del respiro che si addensa
e subito scompare all’indietro,
se la corsa continuasse per ore e ore,
incurante delle ombre
che uscendo dal bosco si compongono
in nere figure da ogni lato ondeggianti,
allora da ognuno dei sentieri che dalle montagne scendono
scivolerebbe un’altra slitta, un altro cavallo,
e una folta schiera, quasi silenziosa nell’immensa valle
in cui si disperdono il lieve tintinnio, il sommesso e raro nitrire,
allora una folta schiera giungerebbe forse
nel punto della strada dove si può debolmente intravedere
il lucore azzurro che da una città misteriosa sale,
e aspettando con impazienza la curva oltre la quale
anche una musica strana forse li sorprenderà,
le slitte e i cavalli ancor più si affretterebbero verso la città
che da anni e anni attendendo l’arrivo dei suoi abitanti,
ha preparato un dolce tepore,
un labirinto di stradine e case, un fluire di racconti
per i viaggiatori infreddoliti, per i loro occhi stanchi di vedere
solo alberi in fuga,
per le loro orecchie stanche di udire
solo il suono dei campanelli
disperso nel silenzio dell’immensa valle.
E affrettando il galoppo nell’aria gelida e trasparente dell’alba,
giungerebbero forse in vista delle mura
lunghe migliaia di chilometri, chiare sotto il sole,
le lunghe mura mai viste, mai pensate, pronte ad aprirsi
in finestre, corridoi, cortili, fasci di luce, fluire di voci…
Ma poiché tutto questo non accade,
nella strada d’argento
solo qualche raro passante affonda nella neve,
di tanto in tanto voltandosi
con la speranza di scorgere l’autobus in ritardo;
lo sguardo simile in ognuno,
nessuno segue l’impeto di corse lontane,
nessuno nel mio viso cerca il riflesso di quel lucore azzurro,
l’eco di quel nitrire alla luna e al suo silenzio…
Ma ad un tratto in due occhi scuri e solitari mi sembra
di riconoscere il riflesso del sogno, e mi avvicino:
<< Forse anche tu questa sera hai pensato di incontrare
un correre leggero e velocissimo di slitte e di cavalli
verso chissà quale città sconosciuta e grande? >>
<< In un tempo ormai lontano ho viaggiato su una di quelle slitte.
La strada sembrava non avere fine e guardandoci l’un l’altro
sorridevamo come mai avevamo sorriso ad in viso umano.
La strada sembrava non avere fine
e guardandola sorridevamo al suo dispiegarsi libero e immenso,
come mai avevamo sorriso contemplando
le distese della terra che ci ospita.
Solo dopo molti anni ho capito che era il vento di quella corsa
a far brillare in un modo così dolce gli occhi
dei miei compagni di viaggio.
Solo dopo molti anni ho capito
che erano gli occhi dei miei compagni
ad illuminare la strada davanti a noi
con riflessi d’oro riscaldando il gelo della neve,
con riflessi d’argento profetizzando
il lucore celeste della città sconosciuta e grande.
Ma quel viaggio fu lungo, troppo lungo.
I cavalli ansanti, le slitte consumate, le soste sempre più lunghe
in villaggi sempre simili.
Infine ad uno ad uno perdetti tutti i miei compagni,
e infine mi fermai anch’io, non vedendo davanti a me altro
che una comune strada di collegamento
tra villaggi e città sempre simili tra loro >>.
Insieme saliamo sull’autobus che si è fermato davanti a noi.
In silenzio osserviamo la gente chiacchierare
o leggere il giornale. Fuori fa freddo.
Il fiato dei passeggeri appanna i vetri;
non si vede più nient’altro
che la luce dei negozi e dei lampioni.
Raccolgo un giornale dimenticato su di un sedile
e mi metto a leggerlo, dopo averne offerto la metà
al mio compagno di viaggio.
E nei suoi occhi riconosco il mio pianto inespresso.
L’ABBRACCIO
Allora all’improvviso, Monos aprì gli occhi
- e per la prima volta nella sua vita-
aprendo gli occhi vide gli occhi della sua Anima,
che restando davanti a lui
- e nel contempo dalle profondità del suo cuore-
lo guardava …
In un grande silenzio, lo guardava a lungo …
Per un lungo attimo, Monos si risvegliò con lei,
afferrato dal mistero di felicità
che scorre nelle profondità della vita…
dal profondo, insondabile richiamo
di quella gioia quieta e dolorosa…
dal Sacro Mistero di quiete e di passione
che avvolge l’universo…
E nel silenzio ci chiama...
Da sempre e per sempre ci chiama.
Poi Anima sparì, lasciandogli nel cuore la preghiera
che Monos cominciò a pregare…
in comunione con il desiderio di felicità che abita
in ciascuna delle Tue creature…
e in comunione con la pena che avvolge tutta la Terra del nostro esilio…
"Padre nostro, che ci chiami dall’ignoto dei cieli,
il Tuo Essere è Sacro…
che il Tuo ricordo regni nella mia anima.
Sia fatta la Tua volontà,
nell’infinito
così come tra noi, e in me,
nella nostra vita sulla terra.
Dammi il pane per la fame
del mio corpo e del mio cuore.
Nelle profondità del nostro peccato, vieni
e perdonaci,
come noi perdoniamo
coloro che ci fanno soffrire.
Liberaci dalla potenza del Male,
e mentre attraverso la tentazione,
con la Tua mano
conducimi. |"
IL CHIAROSCURO DELLA PREGHIERA
Una notte, svegliandosi,
stretto fra le sue braccia Monos trovò
un piccolo quadro pieno di luce e di oscurità…
Subito riconobbe la profonda tenebra e la profonda luce
della sua Anima…
MONOS Da dove vieni?…
ANIMA Ero nel chiostro…
MONOS Allora eri tu… Stavo dormendo… poi ho visto qualcuno
che pregava nel chiostro, immobile nell’oscurità…
Le tenebre erano profonde,
ma c’era anche una forte luce che toccava il buio…
Era strano… Non c’era della penombra…
Si incontravano una grande, calda luce e il nero più profondo…
Si toccavano… e questo contatto era come un grido che arrivava
dal profondo del cielo stellato… un grido di desiderio, dolce,
e selvaggio… che si posava nell’abbraccio calmo e profondo,
nel raccoglimento misterioso che dimorava nel chiostro…
La tua testa era rivolta verso le stelle
in un gesto di desiderio estremo…
e, nello stesso tempo, la tua testa era chinata, in raccoglimento…
I tuoi occhi chiusi contemplavano, calmi,
la calma armonia delle stelle, riflessa sulle pietre del chiostro…
Il tuo sguardo di desiderio e il tuo sguardo di raccoglimento
formavano una misteriosa unità… un’unione sinfonica…
LA FENICE
Dopo tanto tempo … aprendo la finestra questa mattina,
un attimo prima dell’aurora ti ho rivisto….
Camminavi arrivando dalla radura che precede il bosco…
C’era tanta nebbia, fredda … non distinguevo il tuo volto …
Ma ho riconosciuto la tua solitudine.
Eri piccola, e tra le braccia avevi
una grande fenice dalle piume colorate …
Colorate di un colore vivido che rallegrava
il grigiore della nebbia…
… camminavi tenendole una mano sulla testa,
come per proteggerla dal dolore della vita…
Oppure come se volessi invocare il sollievo
della benedizione di Dio sulle quelle povere piume …
colorate di un rosso che a tratti diveniva cupo …
un marrone scuro … come bruciato.
Avrei voluto corrervi incontro, e avrei voluto consolare
la tua compassione per il dolore del mondo…
Ma non potevo muovermi, perché la vostra pena era la mia,
forse ancora più bruciante, muta e disperata…
Allora ho chiuso gli occhi per cercare il ricordo della tua voce…
il ricordo di quegli anni lontani
in cui ancora parlavo con la mia anima …
degli anni in cui ancora mi rivolgevo a Dio con amore…
Ed ecco… ho risentito per un attimo la tua voce … debole
… e offuscata dalla lontananza … eppure così forte e vibrante ….
Quasi come se parlasse non solo a me, ma anche ad altri,
la tua voce, mite e avvolta nel silenzio, raccontava :
“ La sofferenza redentrice delle vittime innocenti…
e Dio che la accetta…
non possiamo che essere travolti da questo mistero …
Si può forse perdonare un Dio che ha creato un mondo così intriso
della sofferenza dei piccoli…
Ma amarlo … come possiamo anche amarlo ?
Eppure… come possiamo non amarlo ?... almeno
dopo avere presentito il suo mistero di amore senza fine ?
… L’ora della sofferenza che travolge arriverà per tutti…
Ma la felicità può essere forse ancora più travolgente del dolore…
E può nascondersi dentro a un dolore che redime …
La preghiera che salva il mondo è quella di chi prega
non con fede ma con disperazione … “
LA TRASFORMAZIONE DELLA SOFFERENZA
Una notte Monos si svegliò
con il corpo attraversato da un dolore lancinante
e l’anima rinchiusa in uno spazio nero e opaco…
Chiuso lì dentro Monos rimase a lungo…
lacerato dal dubbio che dentro di lui ripeteva e ripeteva
una medesima domanda :
“ E se questo dolore…
si ripetesse in eterno, senza scampo e senza speranza ?...
E non solo per me, ma per innumerevoli altri… “
Poi, nel fondo di quel buio, la sua Anima lo raggiunse,
e dentro lui cominciò a parlare :
Non desiderare di sfuggire… accogli questo dolore…
e per accoglierlo ricordati dell’amore ricevuto…
offri… e per offrire lascia scorrere il dolore…
E poi… nel buio infinito ascolta
il ricordo della bellezza che travolge…
… E attraverso l’accoglimento
di quella medesima energia di sofferenza,
ascolta arrivare
il misterioso fuoco consolatore
del Santo Spirito…
Verso l’alba, dopo quel lungo cammino dentro se stesso,
il grande dolore di Monos era ancora lì,
ma non era più dolore.
E non era gioia, ma evocava il presentimento
di una felicità grande e indefinibile….
Era solo un presentimento…. eppure quanto era reale…
Era solo un barlume in lontananza... eppure
quanto stranamente e dolcemente riscaldava…
Per un attimo l’energia medesima del dolore si era trasformata…
divenendo un’inestricabile pulsazione di vita,
… per un attimo lanciata
al di là di tutti i frammenti e di tutti gli opposti
di cui è intessuto l’universo…
A quell’ora della notte, Animus, era nella sua biblioteca,
e con gratitudine leggeva e ricopiava le parole che,
un secolo prima,
un vecchio monaco del monte Athos aveva scritto per lui.
Quelle parole erano :
< Tieni il tuo spirito agli inferi, e non disperare…>
Il giorno dopo, in una stradina all’ombra dell’abside della chiesa,
in un luogo da molto tempo disabitato,
Monos trovò una porta aperta… Entrò …
e in quella stanza, da quel giorno Monos
cominciò, di tanto, in tanto a parlare…
raccontando di quel fuoco trasformante,
della felicità che travolge e della sofferenza redentrice ...
Nella penombra, e avvolto di silenzio, parlava …
Nella penombra, lentamente, parlava,
per aiutare sé stesso a mantenere
il ricordo di quel fuoco …
E parlava per riscaldare il cammino dei suoi fratelli monaci …
e il cammino di quei cercatori dell’Assoluto
che talvolta arrivavano al monastero…
Dispersi ... miti e silenziosi compagni di viaggio…

